JackBoys 2 è uno di quegli album che, nel momento in cui lo annunci, crea inevitabilmente aspettative altissime. Soprattutto se ti chiami Travis Scott e il primo JackBoys nel 2019 aveva messo in mostra non solo il tuo talento, ma anche quello della tua crew — Don Toliver, Sheck Wes, SoFaygo e Wallie the Sensei— lanciandoli definitivamente nel panorama rap internazionale.

JackBoys 2: Un’apertura aggressiva

Sei anni dopo, il concept è rimasto più o meno lo stesso: un disco corale, da ascoltare ad alto volume, pieno di collaborazioni, beat pesanti e quell’atmosfera notturna e un po’ allucinata che ormai è il marchio di fabbrica del mondo Cactus Jack. Però, ecco, se nel primo JackBoys tutto sembrava avere un senso e un’unità, qui le cose vanno un po’ più in ordine sparso.

L’album parte fortissimo, bisogna dirlo. “CHAMPAIN & VACAY”, oltre ad essere una traccia potente, contiene anche quella frecciatina velata a Pusha T che ha fatto molto discutere. Un pezzo cattivo, senza compromessi, con Travis che torna a fare Travis come si deve. Molta ispirazione, barre su barre e flow che solo lui può prendersi.

Si prosegue su questa linea anche con “2000 EXCURSION“. Beat fantastico, Don Toliver ispiratissimo, Travis sul pezzo e Sheck Wes che si inserisce in maniera molto precisa, come a chiudere un puzzle . È uno di quei pezzi che appena parte in macchina ti fa alzare il volume senza pensarci.

Una hidden gem del disco è senza dubbio “DUMBO“. Ascoltata più volte nel corso di questi mesi, fra il Coachella e lo Spotify Live di Barcellona, è una delle tracce più riuscite del disco. Il beat mescola lo stile di Astroworld con quello più introspettivo di UTOPIA, regalandoci un brano che cattura sin dal primo istante grazie ad una melodia avvolgente.

Poi però… il disco comincia a perdersi. Non perché manchino le idee — anzi, ce ne sono forse troppe — ma perché sembra che Travis abbia voluto infilare dentro 17 tracce di cui almeno 5 o 6 suonano come scarti di Utopia o come demo mai finite.

Alcuni beat sembrano meno curati del solito, alcuni pezzi suonano molto diversi dagli snippet. Un caso è quello di “KICK OUT“, con 21 Savage. Sappiamo tutti cosa siano in grado di fare i due, memori di “TOPIA TWINS”. Perché ridurre il rapper di Atlanta a delle Ad-libs?

I pro e i conto di JackBoys 2

Quello che manca a questo JackBoys 2 sono la compattezza e l’unità. Manca una regia artistica chiara, un filo conduttore. È un disco di crew, sì, ma non si capisce bene se voglia essere una celebrazione della famiglia Cactus Jack o progetto meno elaborato di Travis Scott E in certi momenti, sembra più la seconda considerando che i pezzi senza il nativo di Houston sono solamente sei.

Ciò nonostante, La forza del disco sta nella varietà: pur mantenendo una coerenza sonora — che mescola le suggestioni psichedeliche di Astroworld con il lato più dark e introspettivo di UTOPIA— il disco alterna tracce cariche di hype ad altre più atmosferiche. Un pezzo molto riuscito sotto questo aspetto è WHERE WAS YOU, con Playboi Carti e Future.

La decima traccia porta un’energia unica nel disco: non è il classico banger da club, ma offre un mood più ipnotico e riflessivo, tipico delle collaborazioni tra i tre. Si apre con note di chitarra pizzicata, un beat trap denso e risonante, e un pizzico di piano che aggiunge profondità e movimento alla produzione Travis dimostra di sapersi adattare a questa atmosfera incerta: il suo verso è ben calibrato, scivola senza forzature nel groove. Playboi Carti e Future, pur con stili molto diversi, si integrano molto bene.

Le collaborazioni funzionano quasi tutte. Don Toliver si conferma uno dei migliori interpreti di questo sound, mentre GloRilla in “Shyne” regala un’interpretazione fresca e fuori dagli schemi, che spiazza ma convince. Perfino Sheck Wes, spesso criticato per essere poco incisivo, qui riesce a ritagliarsi i suoi momenti senza risultare fuori luogo.

Certo, qualche filler c’è — sarebbe strano il contrario in un progetto da 17 tracce — ma il livello medio è alto, e la produzione è sempre di primissimo piano. I momenti deboli non tolgono forza al disco, che anzi, si lascia ascoltare tutto d’un fiato grazie a un mix di hype, sperimentazione e coerenza sonora che tiene insieme i vari featuring senza mai far perdere il senso d’insieme.

In definitiva, JackBoys 2 è un disco ottimamente riuscito, che mantiene le promesse e consolida il ruolo di Travis Scott e della sua scuderia come riferimento assoluto per questo tipo di sound. È una compilation corale che ha il sapore di un manifesto e che, tra picchi altissimi e qualche inevitabile passaggio interlocutorio, regala momenti che resteranno. Non escludo che fra qualche anno, con più maturità, possa essere anche riscoperto e rivalutato. Per ora, la valutazione è quella di un disco riuscito ma con diverse pecche.

Voto: 7.5/10.




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