Quando nel 2019 Travis Scott lanciò JackBoys, più che un semplice progetto discografico mi sembrò una chiarissima dichiarazione di intenti. In appena sette tracce, il collettivo di Cactus Jack Records ridefinì l’idea di compilation urban contemporanea, regalando a un’intera generazione un manifesto sonoro fatto di beat claustrofobici, vocalità distorte e atmosfere che oscillavano tra l’incubo e l’estasi.

Sei anni dopo, il vociferato arrivo di JackBoys 2 è qualcosa di più di una semplice uscita discografica: è il ritorno di un culto generazionale, di una famiglia musicale che ha saputo costruire attorno a sé una narrazione unica, capace di mescolare street credibility e sensibilità pop in un equilibrio quasi irripetibile.

Perché JackBoys 2 conta davvero

Per chi come me ha vissuto JackBoys come un album identitario — di quelli che ti accompagna nelle notti di hype e nei pomeriggi di fuga mentale, con le cuffie a palla e le immagini di Houston e Los Angeles che si confondono nei videoclip — la notizia di un sequel significa ritrovare una parte di sé. Non è solo la musica, è il contesto emotivo che quel disco porta con sé.

Travis Scott, dopo il monumentale Utopia, sembra voler tornare alle origini, al suono grezzo e alle collaborazioni con la sua cerchia ristretta. Don Toliver è ormai un artista di respiro mondiale, capace di saper fare tutto. Sheck Wes, dopo l’esplosione di Mo Bamba e una carriera più defilata, è pronto a rientrare nel circuito con l’attitudine di sempre, come mostrato nel suo ultimo pezzo ILMB.

l’hype di una generazione che guarda al futuro

Messo alle spalle Utopia e il suo monumentale tour, l’attesa del nuovo progetto della crew texana rappresenta quel tipo di nostalgia ancora viva, di quando il suono di OUT WEST, GANG GANG, GATTI E WHAT TO DO? diventava colonna sonora di serate, stories e sogni di fuga urbana. Ma è anche il disco che potrebbe riportare la trap americana a parlare davvero ai suoi fan più autentici, dopo anni di contaminazioni pop e derive troppo pulite.

Personalmente, lo aspetto come si aspetta un film cult di cui hai amato ogni battuta, nella speranza che il sequel non sia solo una copia sbiadita, ma un’evoluzione coerente. Voglio sentire come la Cactus Jack sia riuscita ad evolversi, voglio pogare i pezzi del disco, e quelle frasi di Travis che sembrano dettate da un delirio lucidissimo. Voglio l’energia cruda, la libertà creativa senza calcolo. E voglio soprattutto quella sensazione che solo JackBoys riusciva a dare: essere parte di un club segreto, fatto di pochi ma fanaticamente fedeli.

Perché il bello di progetti come JackBoys 2 è che esistono quasi più come evento culturale che come prodotto musicale. Sono rituali collettivi: la notte dell’uscita, la condivisione compulsiva di stories, i tweet di delirio, i messaggi agli amici consapevole di star condividendo qualcosa di imponente. Qualche giorno fa ho scritto su Instagram: “Jackboys 2 is typing”. We are so damn ready.


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