Articolo scritto a quattro mani da Umberto Giustozzi ed Andrea Delcuratolo
ANDREA: Il rap italiano perde oggi una delle sue voci più singolari, coraggiose e dissidenti: è venuto a mancare Jesto, al secolo Justin Yamanouchi artista romano classe 1984. Justin è stata figura chiave per una generazione che ha trovato in lui un’alternativa, un rifugio, un cortocircuito creativo nel mezzo di un panorama troppo spesso standardizzato.
Per me, Jesto non era un rapper qualsiasi. Era un alieno nel vero senso del termine, capace di fondere sarcasmo e dolore, autoironia e disperazione, in un flusso continuo che non chiedeva mai il permesso. Dai tempi di Supershallo – progetto cult che ha saputo unire meme, punchline e demenzialità con una consapevolezza da veterano – passando per Mamma ho Ingoiato l’Autotune, fino agli album più maturi come Buongiorno Italia e Ricordo il Futuro, ha sempre mostrato un’identità artistica complessa, difficile da incasellare.
Non era un rapper per tutti. E non voleva esserlo. Ma per chi l’ha seguito, Jesto era un faro in mezzo al rumore. Capace di parlare di ansia, dipendenze, alienazione e contraddizioni senza mai diventare pesante. Ironico, ma mai superficiale. Un artista che sputava verità scomode e fragilità profonde con il sorriso tagliente di chi sa che riderci sopra è l’unico modo per restare in piedi.
Non crescere (È una trappola) è a mio parere il manifesto più sincero e disperato di Jesto. In un brano che mescola ironia e malinconia, Justin racconta quanto sia difficile sopravvivere alle aspettative, alla routine, alla disillusione che arriva quando ci si accorge che diventare grandi non porta con sé risposte, ma solo nuove domande. È un inno per chi si sente fuori posto, per chi non ha mai voluto “mettere la testa a posto”, e ha deciso di restare fuori dal sistema, anche a costo di pagarne le conseguenze.
UMBERTO: Quando ho saputo della morte di Justin “Jesto”, ricordo di essere rimasto incredulo, come una doccia fredda: continuavo a chiedermi come un ossesso “Ma davvero? È uno scherzo?” e continuavo a guardare il messaggio post di Hyst, suo fratello. Subito ho realizzato che se n’è andato via un baluardo del rap italiano, una voce coraggiosa, un artista capace di miscelare sapientemente scherzo, ironia, semplicità e serietà. Il suo umorismo sarcastico, la sua lingua a tratti tagliente, il suo romano “verace” capace di comunicare con il folk portato avanti dal padre erano i suoi tratti distintivi ed inconfondibili.
Le sue frequenti collaborazioni con Hyst sono incredibili e secondo me simboleggiano il forte affetto che va oltre il lavoro e il successo.
Ho sentito forte la sua mancanza, quasi come se fosse morto un parente stretto o un caro amico, perché posso dire che è stato un personaggio presente nel panorama musicale della mia infanzia, assieme ad Hyst, Piotta, Cor Veleno, Bassi Maestro, Gemitaiz e tanti altri.
Mi ha sorpreso la quantità incredibili di affetto e messaggi che ha ricevuto dopo la morte, tanti sono i ricordi dei ragazzi, che come noi, sono cresciuti con la sua musica e la sua personalità vispa. Tanti i messaggi dei colleghi che hanno espresso solidarietà ad Hyst, tante le storie Instagram piene di ricordi e foto, sono rimasto sinceramente colpito.
In conclusione, penso che Jesto sia stato un emblema della musica rap italiana e underground, credo che abbia “scosso” le fondamenta del hip hop classico e abbia contribuito a sollecitare innovazione, forgiare nuovi talenti e a rendere sempre più bello e più “supershallo” questo genere.
Grazie Justin, sempre e comunque “È Jesto!”.
Due sono i pezzi “chicche” incredibili che consiglio, dove lui fa da featuring: Nulla realizzata assieme ad Hyst, nel suo album Starter Pack del 2018 e Senti che pezza presente in Multi Culti (2007) del mitico Piotta, dove anche qui c’è Hyst.



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