Jackson C. Frank, un’anima in pena

Avatar Umberto Giustozzi

Una delle personalità più interessanti del folk rock statunitense è stato Jackson C. Frank, la cui storia purtroppo è poco nota al grande pubblico. Era uno dei tanti artisti che hanno suonato nei locali del Greenwich Village a New York, il locus amoenus della musica folk che ha visto esibirsi Bob Dylan e tanti altri cantanti poi divenuti famosi.

La sua vita è stata assai drammatica: ustionato da piccolo per lo scoppio di una caldaia, ha sofferto da adulto di problemi psichici, è stato più volte internato in cliniche psichiatriche, ed in seguito ha perso tutti i suoi averi. Sparito per diversi anni, fu riscoperto in condizioni critiche dal giornalista Jim Abbott: soffriva di obesità, viveva in condizioni di estrema povertà ed era rimasto cieco da un occhio a causa di un incidente. Indebolito da una polmonite, morì per un attacco cardiaco nel 1999 a soli cinquantasei anni. Due anni prima, incoraggiato da Abbott, era tornato ad incidere qualche canzone.

La sua cifra stilistica furono la chitarra e la voce da menestrello; nel suo strumento e nella sua musica trovò il sollievo e la cura per la sua vita travagliata.

La sua canzone più nota è Blues Run the Game del 1965, contenuta nel suo disco d’esordio Jackson C. Frank prodotto nientemeno che da Paul Simon, resa famosa dalla cover eseguita proprio da Simon & Garfunkel. Il brano, scritto a ventidue anni, è musicalmente semplice ma rivela nel tema una grande maturità: rievoca il suo viaggio per Londra, e il suo rapporto tormentato con l’alcol con il quale sa che dovrà convivere per sempre.

Immagine in evidenza: OndaRock


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