Il 2022 è stato un anno spartiacque nella mia vita. La conclusione del mio primo anno di università e un viaggio a Parigi hanno segnato alcune delle tappe più significative del mio percorso recente.

In quello stesso anno, mentre cercavo di rimettere insieme i pezzi e trovare una nuova direzione, un giovane rapper pugliese faceva irruzione sulla scena musicale. Facendolo abbattendo ogni porta: il suo nome è Kid Yugi, all’anagrafe Francesco Stasi. E con The Globe ha rivoluzionato il panorama rap italiano.

Il 3 novembre 2022 è diventata una linea di demarcazione nella mia vita. Il giorno da cui non si è più potuti tornare indietro. In quelle dodici tracce ho trovato qualcosa, anzi qualcuno, che sapeva trasformare tutto ciò che avevo dentro in musica.

No Gimmick è stato uno dei brani chiave: “Ho fatto cose assai pacche, mi sono preso i miei rischi / La trap house era piccola, ho corso per nove inning / Vivo a un metro dalla morte che T-A è come Springfield”. Quelle barre non erano solo parole, erano fotografie di un disagio, di una fame, di una rabbia che in qualche modo risuonava anche con la mia. Per lui è Taranto. Per me, la periferia romana.

Il ruolo di Kid Yugi nel 2025

Facciamo un salto avanti, fino al 18 febbraio 2025. Tre anni e una laurea dopo, parto per Londra, il classico viaggio di fine sessione. In volo, nelle cuffie parte Sturm Und Drang, un altro pezzo di The Globe. “Sto ad un live, il bar è l’Odeon, un tuffo nel baratro vuoto (Yeah-yeah) / Ho visto in qualche pixel l’oppio per il mio popolo / Non ho mai visto lo Zio Sam prendersi un fungo atomico”. In un momento in cui sentivo di essere a un bivio, chiamato a costruire qualcosa di più grande per me stesso, Yugi è tornato a darmi la scossa. Ancora una volta, la sua voce e le sue barre erano lì, al posto giusto, nel momento giusto.

In questi tre anni, che sono stati tra i più formativi della mia vita, sentivo il bisogno di qualcuno che mettesse le cose in chiaro. Devo molto al rap, a quel genere in cui ho sempre trovato una casa, uno spazio sicuro in cui rifugiarmi e riconoscermi. E Francesco — Kid Yugi — ha avuto fin da subito qualcosa di diverso. Mentre molti dei suoi coetanei cercavano scorciatoie o rincorrevano trend, lui ha preso il suo vissuto e l’ha trasformato in qualcosa destinato a restare, a lasciare un segno, a ispirare.

Il fatto che venga da un posto dove non c’è nulla — Massafra, in provincia di Taranto — è un tema che torna spesso nei suoi pezzi, come dichiarato da lui stesso. E venire da un luogo che non ti offre stimoli o opportunità puoi viverlo in due modi: come una condanna a vita oppure come un’occasione enorme di riscrivere la storia a modo tuo, mettendo te stesso e la tua realtà al centro di tutto.

Uno dei miei brani preferiti è Il Ferro di Cechov, proprio perché racchiude questo spirito: “Se non lascio nulla, allora avrò fallito / Ho peccato molto, ma non ho mai finto / Io resto realness con un respiro / Qui sembra Dubliners, non è Dublino / Io tilto il loop per rompere il ciclo / Se passa l’angelo, può farmi screenshot”. Barre che non sono solo frasi, ma un manifesto esistenziale.

Kid Yugi non è solo The Globe

Fermarsi a The Globe sarebbe però riduttivo. Tra il 2023 e il 2024 sono arrivati Quarto di Bue EP e I Nomi del Diavolo, lavori che raccontano un Francesco diverso, più maturo, più intimo. In questi dischi si percepisce chiaramente la crescita di un artista che non ha mai avuto paura di mettersi a nudo. Brani come Eva, Lilith e Lucifero sono veri e propri squarci sulla sua anima, riflessioni profonde su sé stesso, sulle tentazioni, sugli errori e sulla ricerca costante di qualcosa di più grande del contesto da cui proviene.

Kid Yugi, per me, non è mai stato solo un rapper. È stato una voce che in certi momenti ha parlato al posto mio, quando le parole mancavano o facevano troppo rumore. La sua musica mi ha accompagnato in questi anni complicati, tra rotture, partenze, sogni e incertezze, ricordandomi ogni volta che anche da un posto che sembra non offrire nulla si può costruire qualcosa che rimane. E forse, in fondo, è questo che cerchiamo tutti: lasciare qualcosa che dica che siamo passati di qui.

In un’epoca in cui tutto sembra liquido, veloce, destinato a sparire nel giro di un trend su TikTok o di una storia su Instagram, avere dei dischi che ti segnano davvero è diventato raro. The Globe, Quarto di Bue, I Nomi del Diavolo non sono solo playlist, sono cicatrici e medaglie insieme. E sapere che la voce che mi ha accompagnato in questi tre anni è ancora lì, pronta a raccontare altre storie, mi fa pensare che forse il meglio deve ancora arrivare. Per lui, e anche per me.


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