L’arte è soggettiva?
Lasciate che risponda a questa antichissima domanda con un’altra domanda, a mio avviso più pertinente: il valore dell’arte è soggettivo?
La cosa più impressionante dell’arte, in tutte le sue forme, è la sua capacità di esprimere un’immensa varietà di concetti nei modi più imprevedibili. Per quanto riguarda il cinema e la letteratura, la fantascienza è senza dubbio uno dei generi più onnicomprensivi.
Quasi ogni aspetto dello scibile umano può essere modellato, reinterpretato, arrangiato, stravolto o ridipinto all’interno di uno specifico mondo fantascientifico, e uno dei sottogeneri più interessanti della fantascienza a livello di riflessione sociopolitica è quello del cyberpunk.
Consacrato ufficialmente sul grande schermo grazie al capolavoro di Ridley Scott Blade Runner, la fantascienza cyberpunk può essere descritta a grandi linee come l’immagine di una paura atavica propria dell’umanità stessa: la paura dello sviluppo tecnologico senza limiti o freni, e della possibilità che l’uomo possa diventare subalterno delle macchine.
Tetsuo – The Iron Man di Shin’ya Tsukamoto, cult del cinema giapponese uscito nel 1989 e recentemente riapprodato nelle sale italiane in occasione della rassegna TSUKAMOTO•65, a cura di Cat People Distribuzione, Minerva Pictures e Rarovideo, è un ibrido particolarmente originale tra fantascienza cyberpunk, cinema surrealista, cinema kaiju e body horror. Il film non presenta un comparto narrativo del tutto convenzionale, vi basti un brevissimo resoconto dei primi minuti del film: un feticista estremo con tendenze autolesionistiche entra in uno stato di delirio dopo aver inserito pezzi di metallo nella sua gamba attraverso una ferita, e viene investito dall’auto di un giovane impiegato. Da quel momento in poi, l’impiegato diventa il protagonista assoluto della vicenda e inizia a notare strani cambiamenti nel suo corpo. Sta diventando un essere a metà tra uomo e macchina.
L’intenzione di Shin’ya Tsukamoto, in realtà, è più chiara di quanto sembri.
Dirigendo, scrivendo e producendo in totale autonomia un film come Tetsuo (che sarà tra l’altro il suo primo lungometraggio), Tsukamoto utillizza con enorme cura i pochissimi mezzi a sua disposizione per mettere in scena una vera sensazione di paura nei confronti del caos e dell’ossessione dell’uomo verso la dimensione più materiale della vita (è una coincidenza che il film sia stato realizzato nel pieno della breve epoca della bolla speculativa giapponese?), omaggiando contemporaneamente le opere di David Lynch e David Cronenberg, due tra le maggiori fonti d’ispirazione del regista. Alcune sequenze dell’ultimo atto hanno inoltre dei lievi rimandi alla tradizione cinematografica giapponese dei kaiju, ovvero quei mostri giganteschi noti perfino in Occidente grazie alla roboante fama di Godzilla.
Parafrasando le parole dello stesso Tsukamoto, la nostra attrazione per la tecnologia “ci rende sempre più simili al ferro”. In Giappone c’è sempre stata una grande divisione tra la vita rurale e quella delle grandi metropoli, viste dai contadini come luoghi capaci di alienare totalmente le persone dalle bellezze del mondo, intrappolandole nella noia della routine. Ed il fatto che in Tetsuo l’unione tra uomo e macchina abbia delle connotazioni sessuali fortemente esplicite rende ancora più chiara la volontà del regista di dipingere sullo schermo un mondo totalmente asservito al metallo. Un mondo dove il sesso non è più sinonimo di piacere e procreazione, bensì di morte, violenza e sangue.
Ma se non posso in alcun modo negare il grande valore artistico di Tetsuo, non posso certo nascondere ciò che ha rappresentato per me recepire un’opera del genere immerso nel buio di una sala cinematografica.
Signore e signori, la visione di Tetsuo è stata una delle esperienze più sfibranti della mia vita da moviegoer.
Dall’inizio alla fine, i miei occhi e le mie orecchie hanno sofferto l’originalità della messa in scena, e ho rischiato di scoppiare a ridere durante alcune sequenze. Giungendo verso la fine di quegli interminabili 67 minuti ho iniziato ad essere realmente, fisicamente e psicologicamente esausto.
Le continue urla dei protagonisti che superano di gran lunga il numero delle vere e proprie battute pronunciate, la fotografia in bianco e nero, gli effetti sonori e i continui arzigogoli di immagine rendono Tetsuo un’opera unica nel suo genere. Ma per quanto riguarda me, l’autore di questo articolo, lo rendono anche una delle esperienze visive più spiacevoli del mondo.
E chi lo sa: forse era proprio questo l’obiettivo di Shin’ya Tsukamoto.



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