L’ho detto e ripetuto in diverse occasioni, ma oggi desidero metterlo finalmente per iscritto: il cinema è la capsula del tempo per eccellenza.
Basta un solo film di tanti anni fa e due ore del vostro tempo libero per osservare dei veri e propri frammenti di un’altra epoca attraverso un oblò di celluloide. Certo, si tratta di una finestra piena di filtri e rifiniture, ma perfino per la spietata macchina del cinematografo esistono cose che non si possono contraffare. Tanto per fare un esempio, la parlata italiana del ‘900 era molto diversa dalla nostra, e la macchina da presa non può nascondere in alcun modo questo fatto. Così come non può celare le innumerevoli e variopinte dinamiche di vita che si sono sovrapposte nel nostro Paese per la durata del secolo scorso, tutti elementi di innegabile realtà che riescono a trasparire solo in virtù delle storie fittizie scritte su di essi.
È bizzarro, ma è grazie a questo paradosso che ancora oggi, nel 2025, ad ottanta anni esatti di distanza dal giorno della Liberazione d’Italia, possiamo curiosare all’interno di una delle epoche più buie della nostra Storia. E a volte, la finestra che offre la migliore visuale non è la più maestosa.
Basta con le metafore: non c’è ricostruzione ad alto budget che tenga, di fronte al miracolo del neorealismo italiano.
Sappiamo tutti di cosa si tratta. Gli attori erano per lo più non professionisti, le riprese venivano realizzate prevalentemente in esterni dato che gli studi di Cinecittà erano diventati dei rifugi per migliaia di sfollati, e si esploravano immagini e tematiche molto lontane dallo sfarzo propagandistico tipico del cosiddetto cinema dei telefoni bianchi. Ciò che veniva rappresentato sul grande schermo era ispirato alla (e realizzato a ridosso della) cronaca. Quest’ultima particolarità avrebbe resistito alla scomparsa del neorealismo italiano, e avrebbe contribuito a rendere altrettanto celebre il macro-filone che fu il suo più degno successore: la commedia all’italiana.
Ma cos’è che rende Roma città aperta di Roberto Rossellini un capolavoro irripetibile, totalmente unico nel suo genere?
Il suo pregio più ovvio, ossia l’anima antifascista, non è da dare interamente per scontato. Bisogna ricordare che questo film è stato realizzato a guerra ancora in corso, poco dopo la liberazione di Roma dall’occupazione nazista, ed è uscito il 25 settembre 1945. Appena ventitré giorni dopo la fine del Secondo Conflitto Mondiale.
Provate a immaginare pellicole come Schindler’s List o Jojo Rabbit: si tratta di film discreti, a volte addirittura eccellenti, ma il lungo tempo passato rispetto agli eventi che essi narrano li copre inevitabilmente con una patina di artificio. Nel peggiore dei casi, l’artificio diventa retorica.
Ma Roma città aperta, per sua natura, non può porsi questi problemi.
La terribile realtà del nazifascismo era ancora estremamente vicina e viva nella mente di chiunque all’epoca della sua uscita, perciò non c’è da stupirsi se da ottant’anni a questa parte il capolavoro di Roberto Rossellini è ancora considerato una delle opere cinematografiche più influenti di tutti i tempi. Il dolore, la stanchezza, le macerie che trasparivano dalla finzione scenica avevano delle solidissime basi nella realtà dell’epoca. Si può quasi dire che fossero la realtà dell’epoca.
Ho usato la parola quasi perché Roma città aperta, oggi considerato il film-manifesto del neorealismo italiano, presenta curiosamente due elementi che contraddicono il suo stesso filone.
Questi elementi hanno un nome e un cognome: Anna Magnani e Aldo Fabrizi.
L’emblema assoluto del professionismo. Due figure che, stando ai canoni stabiliti anni dopo dai manuali di storia del cinema, cozzano parecchio con il modello del film perfettamente neorealista.
Tuttavia mi rifiuto di considerare Roma città aperta come un’opera di neorealismo spurio.
L’apporto di attori professionisti come Aldo Fabrizi, in uno dei suoi rari ruoli drammatici, o Anna Magnani, divenuta una leggenda grazie a questo film, rendono perfettamente funzionale una storia che mescola resistenza, vedovanza, religione, tossicodipendenza, tortura e una dose di velato omoerotismo femminile in soli 100 minuti, senza alcun inciampo e per di più in un film del 1945.
Una storia del genere ha bisogno di protagonisti in grado di intrattenere, e non avrebbe certo potuto reggere se sostenuta da un cast di soli attori non professionisti.
Eppure, il personaggio che più mi è rimasto impresso compare solo per pochi minuti. Si tratta di un capitano delle SS che, in preda all’alcool, sfoga il suo disappunto nei confronti della guerra e dell’idea stessa di razza padrona, per poi tornare ad essere uno spietato esecutore di ordini la mattina dopo.
Tale immediatezza, tale assenza di retorica rende Roma città aperta uno dei più importanti tra i film antifascisti da rivedere oggigiorno.
Ora non serve che io scriva una sviolinata sull’importanza dell’essere antifascisti.
Sapete già cosa vuol dire.
Ciò che molti di noi non conoscono è l’aspetto con cui l’orrore nazifascista si manifestava sulle nostre strade, sui muri crollati delle case o sul volto dei nostri nonni.
La visione di Roma città aperta può essere un primo passo. Non solo per acquisire una maggiore consapevolezza, ma anche per aprire finalmente gli occhi davanti all’approccio unico al mondo che il nostro cinema aveva con la realtà sociale e politica dell’Italia del ‘900. Un rapporto quasi simbiotico, che superò di oltre trent’anni la fine del neorealismo, e che oggi è la più immensa capsula del tempo di cui disponiamo per cercare di capire il nostro strano, meraviglioso Paese.
Per riscoprire la vera letteratura italiana del secolo scorso, scritta non sulla carta ma sulla celluloide.
Per costruire un futuro migliore imparando da ciò che venne prima, non cancellandolo.
Per non dimenticare mai.
Buon 25 aprile, viva la Resistenza.



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